Curare i malati, ignorare i maldicenti e amare i tifosi: Massimo Moratti

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Quella cosa tonda che chiamano pallone, quel gioco che chiamano calcio, quel treno che chiamano vita, oggi ci hanno insegnato una cosa: che non è importante vincere o perdere, è importante esserci. E Massimo Moratti c’era, sempre.

Era il 18 febbraio 1995. Aveva comprato la squadra di Milano dal grande Ernesto Pellegrini per settanta miliardi di lire. “Mi sento fortunato”, ricordò in occasione del centenario del club, era il 9 marzo 2008: “L’Inter è un grandissimo regalo che mi è stato offerto”. Massimo aveva un vizio, era spendaccione, assai. Ogni richiesta o desiderio, andavano realizzati. Vide Ortega, che non lo entusiasmò più di tanto, insieme a questo terzino che faceva delle cose che non aveva mai visto, con un dribbling e una forza fisica impressionanti. Era un giocatore qualunque, con nome Javier. Si, Javier Zanetti, preso dal Banfield per cinque miliardi di lire. Poi il Presidente comprò altri giocatori, tra cui un certo Roberto Carlos, oppure Youri Djorkaeff e Ivan Zamorano. Anche un giocatore proveniente dall’Ajax, si chiama Nwankwo Kanu. Gran talento.

Kanu è un airone nigeriano che arriva in nerazzurro nel 1996. Le visite mediche rivelano un problema cardiaco grave, gravissimo. Il Presidente ha due strade: rescindere il contratto e rimandare il giocatore in Olanda, oppure aiutare il ragazzo a guarire. Ma Moratti non dubita un istante: Kanu va in America, si opera, lo curano. Tutto a spese dell’Inter. Dopo un po’ Kanu torna a giocare. Dal ’97 al ’99 dodici gare e un gol in campionato. Non decide le partite, ma può decidere della sua vita. Andrà all’Arsenal: altra storia.

E mica finisce qui, c’era il Fenomeno, quel Ronaldo, si, quel numero 9. Beh, Ronaldo è Ronaldo. Quindi, Massimo Moratti lo porta all’Inter, nel ’97. Due anni dopo il ginocchio del ragazzo fa crac. Situazione complicata, però Massimo lo prende per mano, lo rialza assieme ai medici del club. Guarisce, torna. Regala meraviglie e poi lo ferma un altro pauroso infortunio. Moratti c’è, mica lo abbandona. E Ronaldo ritorna, ancora. Salvo poi tradire la fiducia e l’affetto del suo Presidente e scegliere – estate 2002 – la miniera d’oro del Real Madrid. Massimo mastica amaro, ma non perde lo stile, resta gentleman. Il nostro Massimo.

Dopo Ronaldo c’è un’altra storia, quella di Nicolas Andres Burdisso, arriva all’Inter nell’estate 2004: allenamenti, partite, a volte si vince altre no. Normale. Poi il dramma: la figliola, Angelina, colpita da una brutta malattia. Nicolas ha un solo pensiero: partire subito, andare dalla sua bambina. Lottare insieme contro il male. Spiega tutto alla società, poi si incontra con Massimo. Il Presidente si commuove, capisce la situazione: “Vai Nicolas, stai vicino al tuo angelo; il calcio, l’Inter, i soldi, vengono dopo, anzi non sono neanche in classifica. Tu rimani un giocatore dell’Inter. Ti pagherò tutto”. Un atteggiamento, una serenità d’animo, che patron Massimo ha sempre mostrato. Vince nuovamente.

Pensò anche a Cristian Chivu e al suo infortunio terribile. Chiese di tutto al dottor Combi, cosa serviva per far stare bene il ragazzo, se serviva il miglior chirurgo, il miglior ospedale, tutto. Ma il dottore fu fondamentale nell’accorgersi della situazione, e subito dopo Cristian reagì alla grande e fu coraggioso a tornare in campo in poco tempo.

Ma la responsabilità di guidare la società è sempre stata accompagnata dal sentimento nei confronti di questi colori. Le sconfitte facevano più male di quanto facevano bene le vittorie, perché sono più dure da dimenticare. E infatti, la stampa attaccava, il resto prendeva in giro il popolo nerazzurro. Tutti. Però Massimo Moratti ha sempre guardato avanti con fiducia. Paradossalmente, arrivava persino a prendersela con se stesso, quando le cose non andavano bene, come avrebbe fatto un qualsiasi tifoso appassionato, pur sapendo benissimo che il presidente ero proprio lui.

Se c’è una parola per descrivere gli interisti, quella parola si chiama: innamorati. Si, è esattamente quella parola, l’aveva detto Massimo. Poi ne ha aggiunte altre “Noi interisti abbiamo tutte le qualità, i difetti e i pregi. Il nostro è un amore incondizionato per i colori nerazzurri. Sarà così per sempre”.

Perché curare significa amare. E’ quello che ha fatto Massimo Moratti, e che continua a farlo tutt’oggi. Sempre. Perché Moratti è Moratti. Perché Moratti è umano, è uomo.