Mourinho: “L’Inter è una grandissima famiglia. Trovo inaccettabile che…”

0
159
mourinho-sneijder-inter
Getty Images

Ospite di Sky Sport, José Mourinho celebra attraverso le domande dei giornalisti Paolo Condò e Massimo Marianella, il Triplete, la grande impresa realizzata nella stagione 2009-10 dal condottiero portoghese dell’Inter.

“Grazie ai miei giocatori, senza di loro non sarei qui con voi ora. Ci sono dei momenti indimenticabili nella vita e questo è uno di loro. Il rapporto che ho con i giocatori, con Moratti, con tutti quelli che hanno lavorato con me, è un rapporto incredibile e questa è la cosa più importante. Triplete, Champions, il sogno degli interisti, dei giocatori, il mio… Rimarrà per sempre il nostro rapporto”, dice lo Special One.

IL TRIPLETE: UN GRANDE CAPOLAVORO

“I risultati fanno la storia. Qualche volta si può fare un lavoro fantastico, ma senza risultato non c’è vera storia. Mi sento speciale con questa squadra. Quello che abbiamo fatto va oltre le medaglie, le coppe e la storia, la cosa che mi fa sentire speciale è essere uno dei capi di questa squadra. Siamo una famiglia 10 anni dopo, siamo amici per sempre, questa cosa mi segna profondamente. Ho avuto la fortuna di avere risultati belli, ma questo senso di famiglia per sempre mi fa sentire troppo orgoglioso”.

LA FINALE DI CHAMPIONS LEAGUE

“A Kiev eravamo fuori dalla Champions all’85’ – spiega Mourinho -, col Chelsea turno difficilissimo, a Barcellona il rosso a Thiago… Ma quando siamo arrivati a Madrid la sensazione era che la coppa era nostra. Il sentimento di tutti era che questa coppa Dio aveva deciso che era nostra. Senza quella appartenenza era difficile fare una stagione storica. Giocatori top, ma prima viene questo senso di famiglia interista. L’Inter di Moratti era una squadra che faceva sentire la gente a casa. Principi morali, empatia hanno fatto diventare questo gruppo speciale. La stagione non era solo la Champions, abbiamo avuto difficoltà durante la stagione. Dopo il pareggio con la Fiorentina eravamo dietro alla Roma, abbiamo avuto giocatori sospesi, ma abbiamo avuto sempre questa forza di un gruppo di amici. Mi sentivo uno di loro”.

JAVIER ZANETTI

“Sai perché rido? Anche con quarantena questo ragazzo ha sempre i capelli a posto. Javier la gente lo guarda e lo sente come il nostro capitano, per me Zanetti era il capitano dei capitani. Avevamo un gruppo di ragazzi, qualcuno non aveva giocato tanto, ma loro erano assolutamente fondamentali in questa squadra. Javier, Cordoba, Marco, Toldo, Orlandoni, un gruppo di giocatori di cuore nerazzurro. Era adesso o mai per loro, era il sogno della loro fine carriera. C’era un gruppo di giocatori sui 25 anni che aveva grande ambizione. Volevamo giocatori per fare questa squadra più forte con più opzioni di gioco. Milito e Motta erano giocatori che arrivavano dal Genoa, avevano ambizione di vincere almeno in Italia. Lucio Van Gaal non lo ha voluto, Guardiola non ha voluto Eto’o e anche il Real non voleva Sneijder. Grazie a Branca e Oriali, hanno fatto un grandissimo lavoro. L’uomo che guidava tutti al sogno era Moratti, non ha mai nascosto questo sogno”. 

L’INTERVALLO A KIEV

“Non parlo tanto dello spogliatoio – dice Mourinho -, ma dopo tanti anni se ne parla. Quella partita all’intervallo ho visto gente triste, ma c’era ancora tanto da giocare. Ho pianto solo una volta dopo una sconfitta, non mi piace questo. Ero veramente arrabbiato, la squadra doveva fare di più. Si può perdere ma devi lasciare tutto in campo e non piangere dopo. Nell’intervallo ho fatto i cambi tattici di cui avevamo bisogno, dovevamo rischiare il pareggio non bastava. Sono entrato nel cuore dei giocatori e la squadra nel secondo tempo è stata fantastica. È stato il momento chiave, se perdiamo siamo fuori”. 

LA SCONFITTA PIU’ BELLA DI MOURINHO

“La più bella sconfitta della mia vita. Io dico sempre che abbiamo vinto 3-2, non perso. Era possibile solo con quella mentalità, senza qualità non si fanno tante cose, senza idea di gioco non si va a Barcellona a resistere come abbiamo fatto, ma non si vince nemmeno in casa 3-1 senza un gran lavoro sulla transizione offensiva. Non si vince in 10 senza questo concetto di famiglia. Prima del ritorno, mio figlio aveva 10 anni e mi ha detto: io sono stato nella tua prima finale, ma non mi ricordo, voglio vincere una Champions e voglio ricordarmela, voglio la finale. Prima della partita di Barcellona ho parlato di mio figlio e ho detto ai giocatori di pensare ai loro figli. Dovevano vincere la Champions per loro. Siamo entrati con sentimento di fare un’impresa per tutte le famiglie. Siamo entrati in campo col sentimento di sì o sì. Quando viene espulso Thiago, la gente davanti alla tv ha pensato è fatta, ma noi lo sapevamo. Ed è quello che ho detto a Pep, in panchina loro festeggiavano. Sono andato lì e ho detto: tranquillo che ancora non è finita. I miei giocatori avevano capacità mentale per fare quella lotta. È stata una partita dove hanno vinto gli aspetti umani. Per noi dell’Inter, il 22 maggio è solo il giorno dove noi abbiamo toccato il cielo, ma la nostra famiglia va molto più lontano”. 

ESTEBAN CAMBIASSO ALLENATORE

“La cosa più importante è vuole o no? Quando fai una carriera come loro, 20 anni dedicati al calcio, molti hanno delle qualità ma non vogliono più quella vita, quella pressione che hai come allenatore. Tanti di loro non vogliono. Cambiasso facilmente può trasferire come giocava e diventare allenatore. Tutti i giocatori che giocavano davanti alla difesa hanno una visione privilegiata del gioco, Costinha, Xabi Alonso, Cambiasso, Matic… hanno tutti questa visione. Cuchu vuole e questo è importante. Si sta preparando per fare una carriera importante”. 

WALTER SAMUEL

“E’ sempre bello rivedere i giocatori – ha detto Mourinho -. Io mi sento come il rappresentante dei giocatori, non mi vedo come una persona speciale. In quella squadra l’importanza di Milito, che ha segnato nelle tre finali, e degli altri protagonisti è uguale a quelli che non hanno giocato, ai magazzinieri e lo staff medico. Sono senza parole, quello che abbiamo fatto è molto più delle Coppe che abbiamo vinto. In quella finale di Madrid non ho mai pensato a me, non ho pensato che avrei vinto la mia seconda Champions o ai premi individuali. Pensavo solo alla gioia degli altri, al significato della Coppa per Moratti, Zanetti e i tifosi: il mio era un pensiero altruista. Mi sentivo speciale in quel senso, mi sentivo umile, tranquillo, attento alle emozioni degli altri. Questo gruppo ha avuto questo potere su di me; tante volte i giocatori dicono che che ho lasciato un segno in loro, io dico che anche loro mi hanno lasciato un segno”.

DIEGO MILITO

“Sono stato con lui a Manchester qualche anno fa, ci siamo visti prima e dopo la gara. Non ci vedevamo da tanto, ma quando ci siamo ritrovati era come se non fosse passato il tempo”. 

DOPO 10 ANNI

“E’ un peccato che il signor Moratti voleva fare, riunendoci in questo anniversario. Sarebbe stato bellissimo, ma ancora più bello è che i miei ragazzi sono nella storia del calcio italiano e dell’Inter. Quando vado per strada, non in Italia perché non ci vengo spesso, quelli che mi fanno festa sono gli interisti. E mi dicono sempre le stesse parole: ‘Grazie Mourinho’. La gente non dimentica”.

L’INTER O MOURINHO: CHI RIVINCERA’ PER PRIMO?

“Difficile da dire, non è facile vincere la Champions. Vediamo, io in questo momento sono in una squadra (Tottenham ndr) che non ha questa cultura della vittoria. Prima di vincere in Europa deve imporsi in Inghilterra, e non è facile: comunque questa è la ambizione mia e del club. Una Coppa Italia in dieci anni, per l’Inter, è pochissimo, inaccettabile. E’ dura per i tifosi Però, per come stanno lavorando ora, non sarebbe una sorpresa vedere l’Inter tornare a vincere in Italia e in Europa”.

Sky Sport

LEGGI ANCHE:

Mourinho: “Cristiano o Messi? Nessuno come Ronaldo il Fenomeno!”