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Settantasette anni fa nasceva Giacinto Facchetti, interista per sempre

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Facchetti - Inter - per sempre

È sufficiente mettersi davanti una sua immagine, e puoi ancora farti avvolgere da Giacinto Facchetti. Dal suo tono caldo e affettuoso, insieme a quegli occhi che non sai mai di quanta dolcezza fossero capaci. Mai una parola fuori posto, mai sopra le righe. Figlio di una generazione cresciuta nell’immediato dopoguerra, che ha imparato a rimboccarsi le maniche e a ripartire con umiltà e sacrificio. Proprio le doti che Giacinto metteva in campo, e che lo hanno fatto diventare Facchetti. Per lui un numero. Il 3. E due colori. Il nero e l’azzurro. Il 3 con la maglia nerazzurra riesce a schiacciare la pressione di San Siro così come l’Inter schiaccia qualsiasi avversario in Italia, in Europa, nel mondo. È l’Inter della filastrocca Sarti, Burgnich, Facchetti, che conoscono a memoria anche i tifosi delle altre squadre. Che vince scudetti e coppe internazionali. Il giovane Giacinto che giocava all’oratorio di Treviglio è diventato Facchetti. Corre, segna (tanto), vince. Anche il contorno è dei migliori. Nel ’65 solo Eusebio gli vieta di alzare al cielo il Pallone d’Oro.

Ed è sempre lì, sulla fascia sinistra, fino al 1978, l’anno del ritiro. Rimarrà sempre legato al mondo Inter, da dirigente fino a presidente, portavoce dei colori nerazzurri, testimone di un modo di vivere il calcio tutto suo. Onesto, leale, corretto. Rispettato da tutti per la sua rettitudine morale, per la capacità di trasmettere i principi giusti a chi gli stava attorno. Una persona perbene, in un mondo in cui spesso l’essere buoni viene confuso con l’ingenuità.

Umiltà, sacrificio, passione e un enorme, infinito senso di appartenenza: Giacinto Facchetti e l’Inter sono sempre stati legati in maniera indissolubile.

Nasceva a Treviglio, il 14 luglio 1942: oggi, il Cipe.

 

Essere nerazzurri è un traguardo, un segno di eccellenza.          Vi chiedo di urlare forza Inter con passione, ma senza rabbia.